biografia

Claudia Cei nasce nel 1967 a Livorno.

 

Comincia giovanissima a dimostrare un particolare interesse per l'arte e un'innata disposizione al disegno. Dopo il diploma al Liceo Sperimentale si iscrive alla Facoltà di Architettura di Firenze ma si sposta subito dopo il primo anno al DAMS di Bologna.

Durante un viaggio prima in Inghilterra e poi in America per realizzare alcune opere per dei committenti privati, entra in contatto con esponenti del mondo artistico internazionale che la invitano a partecipare ad alcune iniziative culturali incoraggiandola a dedicarsi completamente alla pittura.

 

Il binomio arte-storia dell'arte è il punto di partenza di un'indagine pittorica con cui ripropone all'attenzione del presente alcuni grandi maestri del quattrocento come Paolo Uccello, Rogier van der Weyden, e Jan van Eyck, attraverso un'operazione tecnica che supera ogni forma di accademismo e che non è mai un omaggio passivo, ripetitivo e neppure un procedimento meramente citazionistico; la radicalizzazione della composizione, il contributo intenso del colore, l'uso di materiali eterogenei unito agli interventi classici della matita e del carboncino sono gli elementi sostanziali della sua proposta.

Con il ritorno in Italia hanno inizio alcune mostre personali a Livorno, Suvereto e San Miniato, e collettive a Forte dei Marmi, Roma e Venezia in cui le sue opere sono affiancate a quelle di grandi maestri contemporanei come Ennio Calabria, Antonio Corpora, Tano Festa, Mario Schifano, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Andy Warhol.

 

Nella seconda metà degli anni novanta, nel continuo dialogo con i maestri del passato, il suo interesse volge all'opera di Giorgio de Chirico i cui elementi visivi diventano presenze quasi costanti nei suoi lavori, come il guanto e la sfera di Le chant d'amour (1914).

Il guanto metafisico presto si trasforma in mano, soggetto di invincibile attrazione a cui ritorna spesso con modalità esecutive autonome di dimensione ermetica.

 

Contemporaneamente si dedica al recupero e al riutilizzo di oggetti e materiali trash, (tavole di legno, lastre di ferro e di rame, vecchi cartoni), che riqualificati attraverso una sensibile rielaborazione pittorica e scultorea si fanno messaggeri dell'incombente questione ecologica. Inizia così a dedicarsi alla scultura realizzando alcune fusioni in bronzo per il Santuario della Madonna di Montenero nel 2002 e per l'Istituto Musicale Pietro Mascagni a Palazzo Gherardesca di Livorno nel 2004.

 

L'intenso lavoro di questi anni porta al ciclo delle Forze Perenni dove esamina con instancabile curiosità gabbie, trappole per topi, reti di ferro, catene e schiavetti, trasformandoli ancora una volta in espedienti per riflettere su interrogativi esistenziali. L'uso degli ori e dello stucco si fanno sempre più protagonisti fino a giungere all'indagine sul mito del Minotauro dopo una "fulminante" lettura di un racconto di Julio Cortázar.

 

Nei collage e disegni più recenti, emerge costante il tema degli spartiti musicali e quello dei favi delle api che, nella loro apparente semplicità, denunciano inequivocabili implicazioni acustiche. Il ritmo segnico propone esaurientemente l’oggetto materiale e la sua immagine con una tipica proposizione tautologica in una serie di enunciati linguistici espressi con rigore e assolutezza. Si tratta di lavori che non negano di ricercare una sorta di stupore per la forma che rappresenta se stessa, o meglio una proiezione di se stessa, in modo da acquisire all’idea una maggiore capacità di rivelazione.